il palestinese sul merkava una scommessa elettorale, un presidente scaduto, una vittoria impossibile. così gaza è stata sacrificata a costo zero. il problema, adesso, è come uscirne di annalena di giovanni Tzipi ha un problema: il numero rotondo sul quale ha scommesso tutto. È l’otto. Otto come “l’Ordine Numero Otto” - in gergo, la cartolina che decine di migliaia di riservisti (cittadini israeliani sotto la quarantina considerati abili ad impugnre le armi benchè non soldati professionisti) si sono visti consegnare in posta questa settimana e che dà 48 ore di preavviso prima della convocazione in caserma. Questi sono momenti in cui Israele si ferma, in cui la sua frammentata società si fa compatta e solidale, in cui tutti I parenti si incollano davanti alla televisione cercando notizie dei propri ragazzi al fronte, e in cui il governo si pone protettivo a capo della grande famiglia nazionale, mobilitata nel pericolo. Non tutti questi ordini numero otto porteranno intorno alla Striscia di Ghaza; alcuni andranno a coprire le postazioni in Cisgiordania dei soldati professionisti, mandati sul campo di battaglia. Altri andranno a Sderot, sotto il tiro dei razzi Qassam, fra le fila del “Fronte di Casa”, sorta di protezione civile armata che si occupa di sostenere la popolazione in caso di attacchi. Qualcuno si rifiuterà di servire, qualcun altro andrà volontario. L’importante è che, in questo effimero idillio di abnegazione per il bene dello stato, qulcosa non vada terribilmente storto per Tzipi Livni. Perchè un conto, peraltro non meno doloroso per I parenti, sono le perdite fra le fila dell’esercito professionista. Tuttaltro affare I riservisti. Perchè se soltanto uno dei ragazzi dell’Ordine Numero Otto si trasformerà in vittima, per qualsiasi motivo, allora Tzipi Livni ed Ehud Barak, uniti in una lotta fino all’ultimo seggio, avrannofinito la partita. Basterà soltanto un riservista e, per come funzionano gli umori dell’opinione pubblica israeliana, la guerra di Tzipi sarà persa. Sul tempismo dell’operazione di Gaza si è detto molto. Alcuni hanno dato la colpa a Hamas per aver violato la tregua - peraltro di fatto unilaterale, visto che di operazioni israeliane a Gaza ce n’erano state in questi mesi. Altri hanno rivelato come l’operazione fosse pronta da almeno un anno, tregua o meno. Difficile poi non sottolineare l’assenso egiziano ricevuto 48 ore prima dell’avvio di Piombo fuso, nonchè gli appelli da parte del fido Abu Mazen, ormai ridotto a fare il sindaco di Ramallah, e del suo entourage, perchè Israele non lasciasse Gaza in mano a Hamas. Un dato però trova d’accordo tutte le letture. Tra un mese esatto Israele andrà al voto. Il paese andava sempre più verso I rivali del Likud, e la coalizione finora al governo aveva un pesante scheletro nell’armadio, il fallimento militare in Libano nel 2006. Occorreva scavalcare Bibi Netanyahu a destra, rassicurare il paese, e soprattutto vincere da qualche parte.
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L’inferno due volte L’ultimo lembo di terra da riconquistare, nell’operazione “Piombo fuso” è Rafah. Dove si fa la fame anche per il blocco del Cairo. E si muore sia per mano israeliana che per mano egiziana Annalena Di Giovanni da Rafah Il cielo di Rafah fa un ronzio cieco, che non si vede ma è là sopra, non se ne va mai, si avvicina e si allontana. Soltanto verso il tramonto qualcosa si sgancia dalle nuvole. Il pavimento si scuote da sotto I piedi, il suono dell’esplosione arriva subito dopo, e una colonna di fuoco e fumo nero spinge a 50 metri d’altezza le lamiere fra le case. Poi tutto si ferma, anche il ronzio. Sulla nuvola di fumo si alza il canto del muezzin delle moschee dal lato di Gaza. Trenta secondi dopo arriva la risposta dai minareti della Rafah di parte egiziana, seguita quasi subito da una seconda esplosione. Stavolta colpisce proprio a ridosso del muro di separazione con Gaza, alla porta di Salah Ed- Din, settanta metri più avanti. Dal suo tetto sul confine, Mohsen Haddad, che per uno scherzo burocratico si è ritrovato bloccato nel lato egiziano di Rafah dopo gli accordi di pace fra Egitto e Israele ma che in realtà ha tutta la famiglia a Khan Younis, regge impassibile fra una scossa e l’altra. Stanno bombardando I sular, spiega Mohsen. Sular, ripete.
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la guerra delle bionde di annalena di giovanni si chiamano masbirim, letteralmente “portavoce della disinformazione” e stavolta Israele li ha selezionati con cura. Ha sigillato Gaza da stampa e televisione perchè nessuno potesse vedere. Ha attrezzato Sderot, Ashkelon e Beersheva perchè qualche razzo artigianale facesse paura al mondo intero e le tre vittime israeliane fossero “più uguali” delle centinaia palestinesi. Ha lasciato che fossero gli intellettuali come Amos Oz e Ben Yeoshua a levare alta la bandiera di fronte all’opinione pubblica internazionale. Ha mostrato generali che calmi, posati, snocciolavano bombardamenti ed effetti collaterali rilassando lo spettatore come per dire: “tranquilli, è soltanto un massacro”. Nurit Peled, intellettuale israeliana che in seguito alla perdita della figlia in un attentato di Hamas ha lanciato il suo movimento “Famiglie in Lutto” per contestare l’operato israeliano nei Territori Occupati, ha riassunto la copertura dei bombardamenti su Gaza con un certo umorismo: «Israele continua a dichiarare “I nostri piloti sono tornati sani e salvi”. Accidenti, è davvero incredibile che gli F-16 di Hamas non li abbiano beccati! Davvero, parliamo di ragazzini con la kefiyah e le bombe fatte a mano. A tutto c’è un limite». Ma tutto questo non bastava, e così Israele ha mostrato I tacchi. Ed è stata l’invasione delle bionde naturali. Sono loro le nuove masbirim, (anzi, masbirot, trattandosi di signore): bionda la portavoce dell’esercito, bionde le commentatrici, bionda e per giunta coi capelli al vento la fiera Tzipi Livni. Un immaginario che sembra aver solleticato soprattutto la televisione italiana, a giudicare dallo spazio che ha riservato alla versione israeliana dei fatti. Dopotutto, le bionde ci somigliano di più.
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la giustizia si ferma a berlino nella capitale tedesca si tenta l'ennesimo nuovo percorso per il processo di pace: la riforma della polizia palestinese. nel bel mezzo di un carosello di sistemi penali. di annalena di giovanni «avevamo detto qualche domanda, ma questa è un'intervista! io non voglio essere incastrato da nessuno. sia chiaro. ma posso dare qualche informazione. è un'iniziativa tedesca per aiutare i palestinesi nel ricostruire gli apparati di sicurezza. per ripararli. la polizia, dico, la polizia palestinese. perchè la riforma della legge e delle strutture giudiziarie è strettamente connessa alla questione della sicurezza, così come le problematiche di carattere sociale ed economico nei territori palestinesi». “quello del governo palestinese”, insomma il braccio destro del premier, non vuole che si faccia il suo nome, non vuole rispondere a troppe domande e soprattutto non vuole parlare di berlino. deve guidare, spiega. e ripete ancora: «ah, non mi incastrate». saluta spiegando che tanto c'è un accordo, che abu mazen ha offerto il dialogo a hamas, che stavolta non ci saranno errori, e lo giura lui che dell'anp è il consulente politico. sulla conferenza di berlino, non c'è altro da dire.
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